Panettoni NATALE 2013

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Cake Opera House (tradizione a Sydney)

Realizzata con tre sapori e tre asciutti interni: Pistacchio , nocciola e cioccolato. Biscuit interno: nocciola, cioccolato e mud cake.

Cake Opera House

Cake Opera House

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Cannoli Ungheresi

cannoli ungheresi

cannoli ungheresi

Cannolo ungherese :

INGREDIENTI PER LA SFOGLIA:
400 g di farina
2 bustine di vanillina
200 g di burro
250 g di Philadelphia o Mascarpone
INGREDIENTI PER IL RIPIENO:
250 g di noci pistacchi e mandorle
2 uova intere
200g di zucchero di canna
Preparate la sfoglia unendo insieme la farina, la vanillina, il burro tagliato a pezzetti ma non ammorbidito e la Philadelphia o il mascarpone
Impastate bene il tutto e se occorre prendeta un altro po’ di farina, vi regolate voi! ( Poca…serve solo se l’impasto è troppo molle)
Per il ripieno in una ciotola mescolate lo zucchero di canna, le uova, e la frutta secca precedentemente passata al mixer grossolanamete. Amalgamate bene il tutto.

Ora stendete la sfoglia dandole uno spessore di 1/2 cm o meno a piacere, tagliate dei quadrati, in ognuno mettete un po’ del ripieno, e chiudeteli dandogli la forma di cannoli siciliani.
Ponete della carta da forno in una teglia, infornate a 180° e lasciateli dorare.
Fateli raffreddare per bene e cospargeteli con zucchero a velo….

 

Peperoncino e cioccolato ..niente di cosi piccante..solo stimolante

Chilli and chocolate .. nothing too spicy .. only stimulating

Qualche foto mia personale:Chilli and cioccolate

 

 

Le origini del peperoncino hanno radici antiche. Si ha ragione di credere che il primo peperoncino abbia avuto origine in una zona delimitata tra le montagne del Brasile e la Bolivia in Sud America. Nel corso di migliaia di anni però il peperoncino è ‘migrato’ fuori da questa zona probabilmente con l’aiuto degli uccelli e dei nativi e si propagò in tutta l’America. Il peperoncino antico, (C. ciliatum), aveva dei piccoli frutti rossi e tondi molto attraenti per gli uccelli, i quali seppur mangiandoli non sono in grado di sentire la “piccantezza” causata dalla capsaicina poiché questa sostanza agisce su uno specifico recettore nervoso che essi non possiedono. Si ritiene inoltre che la capsaicina si sia evoluta proprio in questo modo poiché il sistema digestivo di un uccello non rovina i semi, a differenza di quello di un mammifero. Il peperoncino in Sud America era già conosciuto e usato nel 7500 aC. tuttavia il suo arrivo in Europa avvenne solo nel 1500, in seguito al secondo viaggio di Cristoforo Colombo. All’inizio fu utilizzato a solo scopo ornamentale, come molte piante esotiche allora sconosciute ma divenne ben presto un alimento comune. Si ipotizza che i monaci del monastero reale di Santa Maria de Guadalupe, in Estremadura, Spagna, furono i primi europei a scoprire il sapore piccante dei peperoncini e ad aggiungerli alla loro cucina. Inizialmente coltivati nei monasteri i semi furono poi diffusi in tutta la Spagna e in Europa da monaci viaggiari. Fu nel 1600 che attraverso rotte commerciali provenienti dal Sud America, esploratori commercianti portoghesi e spagnoli, introdussero il peperoncino anche in Africa, India e Asia. Oggi il peperoncino è conosciuto e coltivato in quasi tutto il mondo e in molte culture è entrato a far parte delle tradizioni.

Il peperoncino nell’epoca precolombiana

1 La scoperta delle Americhe con l’arrivo di Cristoforo Colombo nel 1492, rivoluzionò e cambiò tutti i temi e canoni del mondo di allora, ma mise anche fine ad un’epoca, un’epoca chiamata precolombiana. In questa epoca nelle americhe vissero diverse civiltà e culture, e anche se molte erano ormai decadute al momento dell’arrivo degli europei, altre invece erano ancora vitali. Tra le principali e più evolute ci furono: gli Aztechi, i Toltechi, i Maya, i Chibcha e gli Inca.2 Queste civiltà nei secoli precedenti costruirono questa epoca si su cruenti sacrifici umani alle divinità, ma eccellevano anche sull’astronomia, nell’artigianato, nell’edificazione di templi e siti religiosi monumentali e sopratutto nell’agricoltura. Fu Grazie alle civiltà precolombiane che Colombo potè importare in Europa animali e sopratutto vegetali fino ad allora sconosciuti. Il cacao, il mais, la patata, il pomodoro, la zucca, sono solo alcuni della moltitudine di vegetali che le Americhe hanno offerto. Tra questi ci fu anche il peperoncino, chiamato “Uchu” dagli Incas, “Pimiento de las Indias” dagli spagnoli, e più tardi “Aji” dal popolo delle Indie Occidentali, un nome che oggi è diventato abbastanza comune nelle Ande. 3 Molti dei documenti e resoconti di Colombo andarono perduti durante i viaggi e quindi oggi la nostra conoscenza sull’uso culinario del peperoncino in epoca precolombiana deriva da reperti archeologici, da esploratori spagnoli e portoghesi dei secoli XVI e XVII e dai padri missionari. L’evoluzione del peperoncino tuttavia cominciò migliaia di anni prima. Linda Perry, archeobiologa dello Smithsonian National Museum of Natural History di Washington, D.C. ha guidato un team internazionale che ha impiegato una tecnica relativamente nuova chiamata analisi del amido per cercare resti di peperoncino in siti archeologici nelle Americhe. 4 I ricercatori hanno scoperto che tutte le specie di peperoncino producono microscopici granuli di amido che sembrano qualcosa come globuli rossi. Questi granuli sono stati trovati su pietre di fresatura, cocci di ceramica e sedimenti provenienti da sette siti archeologici presenti 6000 anni prima del contatto con gli europei e vanno dal Messico, Panama, Bahamas,Venezuela, Ecuador e sud del Perù. I siti più antichi che ospitano i granuli sono due villaggi preistorici nel sud-ovest dell’Ecuador nei siti di Loma Alta e Loma Real, occupati 6.100 anni fa. Ciò significa che i peperoncini erano usati abitualmente come condimento nella cucina preistorica. L’analisi dei resti e lo studio dei granuli di amido, che si conservano bene e sono identificabili per specie, ha rivelato ciò che si crede essere l’inizio di una preistorica vendemmia datata a circa 8000 anni fa, seguita da coltivazione e addomesticazione finale a circa 6.000 anni fa. 5  La versione addomesticata del peperoncino ha frutti più grandi rispetto alle versioni selvatiche e le significative somiglianze nei peperoncini analizzati, portano i ricercatori a credere che ci sono stati almeno due eventi distinti di addomesticazione, uno in Sud America, in particolare nel sud del Brasile e la Bolivia, e un secondo in America Centrale e in Messico. Messico e America Centrale si pensa siano il centro di origine del Capsicum annuum, e il Sud America degli altri Capsicum. La diffusione della coltivazione domestica fu determinata sia dal gusto e valore culinario che dalla ricerca di calorie. Le associazioni di amido di grano dimostrano che il mais e il peperoncino si siano evoluti insieme come un antico complesso e diffuso alimento vegetale Neotropicale che precede la ceramica in alcune regioni. Con l’addomesticazione e la coltivazione sistematica, il peperoncino entrò nella cultura delle civiltà precolombiane. Venerato come una divinità, gli Incas lo consideravano uno dei quattro fratelli del loro mito della creazione: “Agar-Uchu” o “Fratello Peperoncino” e lo ritenevano essere il fratello del primo re Inca. Garcilaso de la Vega osservò che i peperoncini venivano percepiti a simboleggiare gli insegnamenti dei primi fratelli Inca. Sono stati quindi considerati come piante sacre e i digiuni più rigorosi erano quelli che vietavano l’uso di tutti i peperoncini. Secondo lo storico L.E. Valcarcel, i peperoncini erano così apprezzati dalla società Inca che furono probabilmente utilizzati anche come moneta. Poiché non vi erano monete o banconote, alcuni prodotti come i peperoncini entrarono a far parte di un rudimentale sistema monetario. Valcarcel ha osservato che fino alla metà del XX secolo, la gente nella piazza di Cuzco avrebbe potuto acquistare beni con i Rantii, una manciata di peperoncini. Le civiltà precolombiane non conoscevano l’uso di olii o grasso in cucina, tutto quello che cucinavano era in umido, bollito o arrosto. La maggior parte dei piatti erano a base di peperoncino e vegetariani. Pesce e carne erano lussi per la gente comune. Sempre grazie ai resoconti dei padri missionari e dai reperti, si è scoperto che per gli Inca la colazione comprendeva gli avanzi della sera precedente e una tazza di Chicha, una bevanda leggermente inebriante a base di mais fermentato. I pasti della giornata spesso prevedevano il mais bollito con peperoncini, patate e erbe per fare uno stufato chiamato Mote. Zuppe e stufati a base di carne di lama essiccata al sole, patate disidratate, e peperoncini. Anche le patate erano onnipresenti. Un’altra grande civiltà furono i Maya che raggiunsero il picco della loro civiltà nel Messico meridionale e la penisola dello Yucatan nel 500 dC. Avevano un grande sviluppo del sistema agricolo e il mais era la loro coltura più importante, seguita da fagioli, zucche, peperoncini fino a 30 diverse varietà, cacao, cotone, papaia, bacche di vaniglia, manioca e agave. I Maya allevavano anche tacchini domestici, anatre e cani. La loro selvaggina principale erano cervi, uccelli e cinghiali. Armadilli e lamantini erano considerati prelibatezze. 6 La loro colazione prevedeva spesso una pappa di granoturco macinato alla consistenza di un frullato condito con peperoncini chiamata Atole o Pozol. I pasti della giornata prevedevano stufati di verdure e carni, tortillas con pasta di fagioli, peperoncini e un pò di zucca. La carne veniva consumata solo una volta alla settimana e di solito pollo o maiale. La cucina azteca invece è rimasta per secoli praticamente invariata diventando la base della cucina messicana di oggi. Infatti molti piatti aztechi comprendevano peperoncini ripieni, tortillas con fagioli e una salsa a base di peperoncini e pomodori, tamales ripieni di frutta come prugne, ananas o guava, con carni di selvaggina come cervi o tacchino, o con frutti di mare come lumache o rane. Tutto servito con salse fatte dalla macinazione degli ingredienti tra due pietre portatili un tempo chiamate Suchilquitongo, oggi invece pietre Molcajetes. 7 Gli Aztechi amavano anche bere il Chilote, un liquore a base di Pulque (polpa di agave fermentata), peperoncini Ancho e erbe aromatiche. Questo liquore è alla base dell’odierna Tequila e Mezcal. Durante lo sviluppo attraverso l’America Centrale e il Messico, il peperoncino guadagnò la reputazione di essere anche una medicina potente. Le tribù precolombiane di Panama lo utilizzavano in combinazione con cacao e tabacco (e probabilmente altre piante) per entrare in trance allucinatorie. Secondo lo scienziato Maria Helms, questi indiani lo usavano per “viaggiare” verso il cielo o negli inferi per negoziare con gli spiriti buoni e cattivi, a nome del genere umano. Oggi, gli indiani Cuna di Panama bruciano peperoncini in modo che il fumo irritante possa scacciare gli spiriti maligni durante la cerimonia della pubertà di una ragazza. Era credenza che fissare una serie di peperoncini dietro le loro canoe scoraggiasse gli attacchi degli squali. Per gli indiani Tzotzil degli Altos del Chiapas, il peperoncino assiste sia nella vita che nella morte. I peperoncini vengono strofinati sulle labbra dei neonati e vengono bruciati durante le cerimonie funebri per sconfiggere gli spiriti maligni che potrebbero essere in giro. La tribù di San Carlos Huastec Potosi e Vera Cruz curano le vittime del “malocchio” con un uovo immerso in polvere di peperoncino, poi strofinato sul corpo della vittima per restituire il dolore al malfattore. Gli indiani Cicatec degli altipiani meridionali messicani usano il Tepache, un bicchiere di succo di canna da zucchero fermentato, con il cacao e il peperoncino, per l’uso in vari rituali. Tale miscela ricorda vividamente una simile combinazione consumata dagli Aztechi i quali combinavano cioccolato e peperoncini in una bevanda chiamata Chicahuatl, che di solito era riservata a sacerdoti e ricchi. Dopo l’arrivo di Colombo, cominciò una inesorabile distruzione delle civiltà precolombiane da parte dei Conquistadores, dalla evangelizzazione e dalla creazione di miti come la ricerca del El dorado. 8 I conquistadores portarono inoltre la diffusione di nuove malattie e infezioni contro le quali i nativi non possedevano le difese immunitarie adatte, cosa che causò una riduzione nella popolazione sud e mesoamericana stimata oggi nell’ordine del 70% in poco meno di un secolo. Quello che gli spagnoli con la conquista del Nuovo Mondo non si resero conto, fu che il Nuovo Mondo avrebbe poi conquistato loro. Oggi sulle nostre tavole godiamo quotidianamente di prodotti nati in origine grazie alla abilità e perizia agricola delle civiltà precolombiane.

GianMaria Le Mura in Manly Australia –

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Kermess “Pizza Word Show” Leone Coppola

 

È Leone Coppola, pizzaiolo al ristorante Vecchio Ottocento di Gavirate (Va), il campione mondiale della pizza. Lo ha incoronato il “Pizza Word Show” tenutosi alla Fiera di Parma. Premiate anche Laura Meyer e Mara Mancosu, che si sono aggiudicate rispettivamente la vittoria per la categoria Pizza in teglia e il Trofeo Heinz Beck
PARMA – È di Varese il campione mondiale della pizza, Leone Coppola (nella foto, secondo da destra), pizzaiolo al Vecchio Ottocento di Gavirate (Va). È quanto deciso durante il “Pizza Word Show”, il Campionato mondiale dei pizzaioli che si è svolto alla Fiera di Parma. Secondo classificato il francese Gregory Edel (nella foto, terzo da sinistra), terzo il lituano Besir Limani (nella foto, a destra). Si aggiudica invece il podio per la categoria Pizza in teglia Laura Meyer di San Francisco, mentre Mara Mancosu di Milano conquista il Trofeo Heinz Beck a conferma dell’avanzata delle “quote rosa” anche in un settore tradizionalmente al maschile.

da sinistra: Emanuele Filiberto, Riccardo Agugiaro (export manager Le 5 Stagioni per Agugiaro&Figna Molini Spa), Gregory Edel, Leone Coppola, il presentatore Johnny Parker e Besir Limani
Nella foto, da sinistra: Emanuele Filiberto, Riccardo Agugiaro (export manager Le 5 Stagioni per Agugiaro&Figna Molini Spa), Gregory Edel, Leone Coppola, il presentatore Johnny Parker e Besir Limani.

I campioni sono stati premiati da Emanuele Filiberto (nella foto, primo a sinistra), che ha spiegato: «Sono stato molto felice di poter partecipare al Campionato mondiale della pizza. Un evento internazionale che ha celebrato l’importanza del piatto italiano più amato al mondo che la storia lega alla mia trisavola Margherita, prima Regina dell’Italia Unita, a cui la Pizza Margherita fu dedicata nel 1889. È anche un momento importante in cui va giustamente riconosciuta l’importanza della pizza e del suo indotto nel sistema economico italiano e all’estero. Un settore che andrebbe più valorizzato e sostenuto».

Il Pizza Word Show è una kermesse interamente dedicata alla filiera della pizza che ha voluto rappresentare non tanto un contenitore espositivo e supporto degli operatori, quanto un vero e proprio aggregatore del sistema delle imprese agevolando le relazioni e la generazione di nuove idee anche in un’ottica di internazionalizzazione. Le importanti sinergie con l’Associazione Verace Pizza Napoletana, il Consorzio della Mozzarella di Bufala Campana Dop e del Pomodoro San Marzano, Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) e Pizza Expo di Las Vegas hanno poi contribuito a dare alla manifestazione una spinta ancor più forte sia nella direzione della valorizzazione del piatto partenopeo e delle eccellenze italiane, per poterle trasformare in cultura e ricchezza nel mondo, sia nel supportare le imprese italiane a trovare quel sentiero di crescita nell’export di cui il Paese ha fortemente bisogno.

Grazie infatti all’attività di scouting svolta a marzo a Las Vegas dal quartier generale di Fiere di Parma, in occasione di una delle più importanti kermesse d’oltreoceano che riunisce ogni anno più di 10mila professionisti e mille espositori del settore, sono arrivati nella Food Valley importanti buyer stranieri che, a detta degli stessi espositori del Pizza World Show, rappresentano il pubblico profilato ideale in un’ottica di business internazionale.

«Siamo molto soddisfatti dei risultati conseguiti – ha dichiarato Roberto Giacomin, brand manager di Pizza World Show, Fiere di Parma – che dimostrano come il nostro modello di business corrisponda ad una reale esigenza del settore ovvero creare un punto di riferimento per gli operatori del settore specificatamente declinato per il mondo Horeca e Food Service. La nostra soddisfazione è dettata non solo dai numeri, circa 20mila visitatori e un centinaio di espositori, ma anche dal desiderio del salone della pizza di Parigi, Parizza, e di Pizza Expo di Las Vegas di calendarizzare nuovamente le loro manifestazioni in sinergia con Parma che riproporrà l’edizione del 2014 dal 7 al 9 aprile. Segnale che Parma è entrata a pieno titolo nel gotha mondiale della Pizza».

«Siamo veramente molto soddisfatti – ha concluso Massimo Puggina, presidente dell’Editrice Pizza e Pasta Italiana, che ha organizzato il Campionato – quest’edizione ha dimostrato la vitalità del settore della pizza e soprattutto ha confermato che il Campionato Mondiale della Pizza e’ divenuto il punto di riferimento a livello mondiale non solo come competizione tra pizzaioli ma anche tra professionisti ed industriali del settore. Ringraziamo anche le Fiere di Parma ed il Pizza World Show per averci ospitato nel cuore della Food Valley dove siamo certi di poter far crescere insieme questa bellissima manifestazione».

I campioni del mondo 2013

  • PIZZA CLASSICA Leone Coppola – Gavirate (Va)
  • PIZZA IN TEGLIA Laura Meyer – San Francisco (California, Usa)
  • PIZZA IN PALA Gianni Calaon – Padova
  • PIZZA NAPOLETANA STG Fausto Ruocco – Orzinuovi (Bs)
  • PIZZA SENZA GLUTINE Luigi Apicella – Biella
  • PIZZA PIU’ LARGA Daniele Pasini – Bologna
  • PIZZAIOLO PIU’ VELOCE Giuseppe Amendola – Reggio Emilia
  • STILE LIBERO (acrobatico) Giuseppe Lapolla – Potenza
  • TROFEO HEINZ BECK (primi piatti in pizzeria) Mara Mancosu – Milano
  • PIZZA A DUE Pascal Poupon (pizzaiolo) e Olivier Perrot (cuoco) – Francia

Caffè letterario Cubalibro Riposto

 
Caffè e Scienza Riposto

Associazione Culturale Raccontare la Scienza e

CUBALIBRO di Luisa Salici

C.so Italia 95 Riposto

 Caffè e Scienza Riposto

RIPOSTO – CAFFE’ & SCIENZA  2013

 PROGRAMMA

 

7 marzo – Salvatore Arcidiacono (Naturalista – Catania):

                   “Etnobotanica, una disciplina fra la scienza e la fantasia” I

21 Marzo – Massimo Previtera (Chimico – Riposto):

                   “L’acqua che (non) beviamo”

4 Aprile – Salvatore Arcidiacono (Naturalista – Catania):

                   “Etnobotanica, una disciplina fra la scienza e la fantasia” II

18 Aprile – Felice Vitale (Medico Oncologo – Taormina):

                   “Inquinamento ambientale e tumori”

2 Maggio –  Renzo Ientile (Ornitologo – Siracusa):

                   “Migrazione degli uccelli: chi tardi arriva male alloggia”               

 

16 Maggio –  Le Mura Gianmaria (Gastronomo molecolare):

                   “La cucina che non si vede”

30 Maggio – Santa Sorbello (Architetto – Catania):

                   “Sicilia fortezza del Mediterraneo: il sistema delle difese sul litorale da            Punta Secca alla Gurna, con particolare riferimento allo scalo di                      Riposto”

6 Giugno – Giuseppe Sperlinga (Speleologo – Catania):

                   “Le grotte dell’Etna”

13 Giugno – Sebastiano Patti (Economista – Catania):

                   “Liberi di (non) scegliere”

21 Giugno – Anna Spoto – Michele Gagliano – Giuseppe Caltabiano

                   (… non solo Musicisti – Acireale/Catania/Giarre):

                   “La musica dei numeri”

La fretta nemica del buon gusto e del buon piatto

Fretta e contro il tempo

Fretta e contro il tempo

La gente oggi non so’ proprio il motivo del perche’ va al ristorante, anche se dovrei chiedermi del motivo xche non ci va piu’, ma ormai sappiamo che purtroppo siamo in mezzo ai MONTI e prima di scendere passeranno decenni lunghi e tortuosi. Ma non voglio uscire fuori argomento.  Oggi si riscontra a livello ristorativo solo premura al tavolo, essere serviti subito senza più avere il buon senso di sapere aspettare il tempo dovuto per poter mangiare, per poter comporre un piatto, e persino nel poterlo cuocere. Per non parlare poi dei camerieri che stanno in sala, che non hanno nessuna dimestichezza nel colloquiare con il cliente e la totale assenza di collaborazione con la cucina, aggingo pure che per la maggior parte di questi non svolgono ristorazione ma solo banchettistica e non hanno la minima conoscenza di sape capire la differenza. Tutti i fast food, paninari, camionisti di terz’ordine di hot dog, sono banditi dalla mia vista e sono stati presi di mira per i costi bassi e xche’ li trovo adiacenti a ristoranti ed a pizzerie dove creano concorrenza agli stessi ristoratori.

Un cliente….qualsiasi cliente che va a mangiar fuori e la sua prerogativa è farsi servire subito per il mio parere personale ha la totale ignoranza di cosa significa PASTO, totale mancanza di rispetto verso chi prepara, e completa ineducazione verso chi è seduto al tavolo con lui. Precludo ed affermo inoltre che mai ho trovato clienti di questo genere nei 20 anni che sono stato al Nord ed ho trovato sempre estimatori e cultura verso sua maestà IL CIBO.

Dinamiche di servizio per accontentare tutti sono necessari in qualsiasi ristorante, ma una cosa non va mai scordata, ed è quello di non riportare mai certe esigenze del cliente direttamente allo Chef il quale sentirà direttamente personali certe pretese e ne si rovinera’ la serata ed il suo lavoro. Concetto difficile da capire ma assolutamente facile per chi al posto dei coglioni ha le palle in mezzo alle gambe.

 

Arancini di riso al cacao

 

Ho provato a rubare profumi, sapori, abbinamenti con l’idea di replicarli a casa. Per primo è arrivato l’arancino: involucro croccante, sugo dolce, interno morbido e cedevole, fogliolina di salvia cotta rigorosamente in olio extra vergine: il burro è vietato. Ed ecco l’abbinamento inedito. Panatura e sugo riprendono l’abitudine di aggiungere un pezzettino di cioccolato nei sughi (chi poteva, chi non poteva metteva lo zucchero) per equilibrare l’acidità del pomodoro. Un piatto che parla di storia antica e tradizione.

MINIATURA DI ARANCINO DI RISO AL CACAO (in poche tappe)

– Preparo un risotto con la mozzarella: parto da un fondo di sedano carota e cipolla, al soffritto aggiungo anche dei chiodi di garofano e del brodo di pollo (consistente) in cottura.Vietato mantecare con il burro, solo olio extra vergine.

– Allargo il risotto su di un piano.

– Aggiungo piselli, cannella e mimosa di uova (un tuorlo sodo sbriciolato).

– Realizzo delle palline grandi come una noce.

– Le passo nell’uovo, nel pan grattato e poi le faccio rotolare nel cacao. La frittura viene fatta in olio extravergine di oliva.

– Friggo anche la fogliolina di salvia

– Lascio scolare tutto su carta assorbente.

Buon Appetito-

Nostalgia del mio Ristorante

Nostalgia del Mio Ristorante
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La nostalgia di non avere questo impegno che mi rendeva autonomo mi distrugge, mi fa colare a picco moralmente e psicologicamente, non c’è peggio che stare cosi…Non auguro a nessuno questo malessere, non riesco nemmeno a credere sia vero

 

GianMaria Le, Mura Chef di cucina

GianMaria Le, Mura Chef di cucina